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Qui Nietzsche si riferisce agli scritti dell'età matura di Kant, in particolare alla Critica della ragione pratica. Se nella Critica della ragion pura il tema dominante era la contestazione della pretesa della ragione di oltrepassare i limiti dell'esperienza sensibile e, contemporaneamente, la contestazione dello scetticismo humeano che faceva un uso ridotto della ragione e delle sue potenzialità entro un empirismo radicale, il tema fondamentale della Critica della ragion pratica sarà riportare l'uso della ragione applicata alla condotta di vita ai suoi limiti, quelli che sono propri dell'uomo razionale come essere finito, non onnipotente, non onnisciente, non un sacco di altre cose definibili come attributi divini.

Ma, l'oggetto prevalente di questa opera è l'esame delle condizioni della morale, la quale si rivela nella sua pienezza solo a partire dall'imperativo categorico, che proprio in quanto tale, assoluto ed incondizionato, non è derivabile da alcun altro principio che non sia o Dio, o la ragione umana pura. 
Comunque sia, in Kant, come sostiene Nicola Abbagnano nella sua Storia della filosofia, maturò la consapevolezza della mancanza di un accordo necessario tra volontà e ragione: rimanendo nel dualismo, tra volontà del singolo uomo e volontà del Verbo, o della ragione. Se accordo vi fosse, la legge morale non varrebbe come comando; l'uomo agirebbe in modo morale senza sentirsi costretto a farlo.
In altre parole, per Kant, come poi anche per Stuart Mill, la natura umana e l'istinto non sono qualcosa da seguire, ma da imbrigliare.
In ciò, tuttavia, non si deve vedere una perdita di libertà, ma il trionfo stesso della libertà. Potendo scegliere, l'uomo è libero, e la moralità non è possibile senza libertà. Non è un individuo morale chi fa le cose per paura o sotto costrizione.