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AL BARONE DI GERSDORFF: SULLA VERITÀ PER DECRETI
 
 

Leipzig, 26 aprile 1867

[...] questo [discorso] mi ricorda una storia accaduta di recente; fornisce un tangibile esempio di «malattia del sapiente». Proprio per questo sarebbe meglio non parlarne, ma ti divertirà, perché sembra la pura e semplice trasposizione nella vita reale dello studio di Schopenhauer sui «professori di filosofia».
In una città un giovane dotato di notevoli capacità e particolarmente incline alla speculazione filosofica si era proposto di conseguire il grado di dottore. A questo scopo mette ordine nel sistema faticosamente elaborato in molti anni sugli «schemi fondamentali della rappresentazione», cosa che lo rende fiero e soddisfatto. In questo stato d'animo presenta la sua tesi alla facoltà di filosofia della città in questione, che era anche sede di un'università. Due professori di filosofia erano incaricati di dare il giudizio; si comportarono nel modo seguente: il primo rilevò che il giovane aveva talento ma sosteneva idee mai insegnate da quelle parti; il secondo dichiarò che le opinioni esposte erano contrarie al senso comune e paradossali. Perciò la tesi fu respinta e il giovane non ottenne il berretto di dottore. Fortuna vuole che non abbia l'umiltà di riconoscere in quel giudizio la voce della saggezza; è anzi tanto tracotante da affermare che certe facoltà di filosofia sono del tutto sprovviste di «facoltà filosofiche».
Breve, mio caro, non si è mai eccessivamente indipendenti nel seguire la propria strada. Di rado la Verità dimora nei luoghi in cui le sono stati eretti templi e consacrati sacerdoti. Sia che facciamo qualcosa di buono o di insensato, tocca a noi sopportarne le conseguenze e non a coloro che ce ne hanno dato consiglio, buono o cattivo che fosse. E allora, ci si lasci per lo meno il piacere di fare le sciocchezze che ci piacciono. Non esistono decreti generali utili a tutti.

(Correspondance ediz. francese, Paris, P.U.F., 1932, pp. 119-120).