[...] questo [discorso] mi
ricorda una storia accaduta di recente; fornisce un tangibile esempio di «malattia
del sapiente». Proprio per questo sarebbe meglio non parlarne, ma ti divertirà,
perché sembra la pura e semplice trasposizione nella vita reale dello studio
di Schopenhauer sui «professori di filosofia».
In una città un giovane dotato di notevoli capacità e particolarmente
incline alla speculazione filosofica si era proposto di conseguire il grado di
dottore. A questo scopo mette ordine nel sistema faticosamente elaborato in
molti anni sugli «schemi fondamentali della rappresentazione», cosa che lo
rende fiero e soddisfatto. In questo stato d'animo presenta la sua tesi alla
facoltà di filosofia della città in questione, che era anche sede di
un'università. Due professori di filosofia erano incaricati di dare il
giudizio; si comportarono nel modo seguente: il primo rilevò che il giovane
aveva talento ma sosteneva idee mai insegnate da quelle parti; il secondo
dichiarò che le opinioni esposte erano contrarie al senso comune e
paradossali. Perciò la tesi fu respinta e il giovane non ottenne il berretto
di dottore. Fortuna vuole che non abbia l'umiltà di riconoscere in quel
giudizio la voce della saggezza; è anzi tanto tracotante da affermare che
certe facoltà di filosofia sono del tutto sprovviste di «facoltà
filosofiche».
Breve, mio caro, non si è mai eccessivamente indipendenti nel seguire la
propria strada. Di rado la Verità dimora nei luoghi in cui le sono stati
eretti templi e consacrati sacerdoti. Sia che facciamo qualcosa di buono o di
insensato, tocca a noi sopportarne le conseguenze e non a coloro che ce ne
hanno dato consiglio, buono o cattivo che fosse. E allora, ci si lasci per lo
meno il piacere di fare le sciocchezze che ci piacciono. Non esistono decreti
generali utili a tutti.
(Correspondance ediz.
francese, Paris, P.U.F., 1932, pp. 119-120).
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