
Su Verità e menzogna in senso extramorale
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Il testo in cui compare per la prima volta una
definizione di verità è in Su verità e menzogna in senso extramorale
del 1873.
Il primo impulso alla verità è nato
dall’esigenza dell’uomo di fuggire dall’inganno,
desiderando la verità con le sue conseguenze.
Nei termini morali
comunemente accettati, essere veritieri è "solo l’obbligo
di mentire secondo una convenzione stabilita, di mentire al modo del branco in
uno stile vincolante per tutti.
Il testo rimanda quindi alla tesi di fondo che la vita
individuale si regge sulla menzogna, su di un carattere artificiale che però è
l’unica possibilità di autoaffermazione; la menzogna è un artificio, ma è
proprio questo carattere artificioso che consente di vivere: l’uomo (a
differenza dell’animale) possiede la dimensione spirituale dell’intelletto
orientata alla dissimulazione; l’intelletto si finge il mondo, i concetti e le
verità in esso presenti, ma questa finzione è un modo perché l’uomo si crei
un mondo vivibile.
Il carattere di menzogna proprio di ogni gesto conoscitivo
individuale, e quindi di ogni azione interpretativa, può entrare in conflitto
con gli altri. Allora il problema diventa quello di una conciliazione, per non
contraddire la finalità della finzione (e del linguaggio) che è quella di
garantire una praticabilità del mondo a chi la crea , per trovare una finzione
condivisa, qualcosa di compatibile con ciò che dicono gli altri. Diventano
quindi verità quelle finzioni che sembrano funzionanti alla collettività, poiché l’uomo, allo stesso tempo per necessità e per noia, vuole
esistere in società e come in gregge.
Con questo processo, con la formazione dell’impulso alla
verità e con le imposizioni sociali, la verità finisce per configurararsi con
la sedimentazione delle finzioni delle letture della realtà che si sono
dimostrate vincenti.
Ma una nozione assoluta di verità non esiste;
verità
e menzogna non sono altro che costruzioni linguistiche e l’essenza del
linguaggio è il suo strutturarsi in metafore. Una stessa metafora può dare
origine a concetti diversi, dunque il concetto è un depotenziamento del
linguaggio.
Che cos'e'
dunque la verita'? un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi,
in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e
retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso
sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verita' sono illusioni
di cui si e' dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono
logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si
e' consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non
piu' come moneta.
Per questa strada Nietzsche giunge alla disintegrazione del
concetto di verità oggettiva. Si arriva ad una logica del valore falsa ma allo stesso tempo
necessaria: rinunciare ai giudizi falsi sarebbe un rinunciare
alla vita, una negazione della vita: il centro unitario della vita è una
funzione che deve essere sempre attiva, per questo deve continuamente
interpretare (e quindi falsificare).
Nietzsche ha indicato le
verità come il risultato di una quantità immensa di errori, errori necessari
alla vita, quel genere di errori senza i quali sarebbe impossibile volere,
divenire, vivere; Nietzsche ha evidenziato il carattere illusorio,
prospettico, della verità, una verità che è interpretazione, volontà di
potenza del vivente che vuole soprattutto esercitare la sua forza.
Per
guadagnare una corretta prospettiva occorre tenere presente la specificita'
della collocazione nietzscheana della questione della verita'. Collocata al di
fuori del quadro della possibilita' e oggettivita' caratteristico della visione
antica, essa non pone il tema della conoscenza in modo che dipenda dalla
questione posta dal problema del rapporto tra verita' e realta'.
Per gli
antichi, infatti, la conoscenza vera e' la conoscenza che comprende la realta'.
La prospettiva nietzscheana sottolinea piu' il soggetto che l'oggetto della
conoscenza, nella prospettiva gia' propria al kantismo.
Alla fine, il progetto
nietzscheano vuole essere una prosecuzione della critica trascendentale
kantiana, sino a raggiungere il risultato di porre la verita' dalla conoscenza.
Questa
demolizione dell'oggettivita' fa del nichilismo
un mutamento radicale.
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