NIETZSCHE E LA PSICOANALISI
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Il santo rise di Zarathustra e disse:
Noi acquistiamo coscienza di noi stessi soltanto come di un groviglio di affetti: e persino le percezioni sensoriali e i pensieri rientrano tra le manifestazioni degli affetti (Frammenti postumi 1882 - 1884 , 4 [126]). Passioni = condizioni dei nostri organi
e loro reazione sul cervello - con la ricerca di una scarica (Frammenti
postumi 1882 - 1884, 4[219] ).
Tragedia della fanciullezza. Accade forse non di rado che uomini nobili e di alte aspirazioni debbano sostenere nella fanciullezza la loro lotta più ardua: o per il fatto di dover far valere il loro modo di sentire contro un padre di mente volgare, dedito all'apparenza e all'ipocrisia, o per il fatto di vivere, come Lord Byron, continuamente in lotta con una madre puerile e collerica. Se si è provato qualcosa del genere, per tutta la vita non si supererà mai il dolore di sapere chi sia stato veramente per noi il nemico più grande e pericoloso ("La donna e il bambino", 422, in I Umano troppo umano). L'eterno fanciullo. Noi crediamo che la
fiaba e il gioco appartengano alla fanciullezza: miopi che siamo! Come se in una
qualsiasi età della vita potessimo vivere senza fiaba e senza gioco! Certo, li
chiamiamo e li consideriamo diversamente, ma proprio ciò dice che sono la
stessa cosa – perché anche il fanciullo considera il gioco come il suo lavoro
e la fiaba come la sua verità ("Opinioni e sentenze diverse", 270, in
II Umano troppo umano). Porte. Tanto il fanciullo quanto l'uomo vedono delle porte* in tutto ciò che vivono e imparano: ma per quello sono accessi, per questo sempre solo passaggi ("Opinioni e sentenze diverse", 281, in II Umano troppo umano). Maturità dell’uomo: significa aver ritrovato
la serietà che da fanciulli si metteva nei giochi (Al di là del bene e del
male, 94)
Così parla il giudice rosso: "perché
questo delinquente ha ucciso? Voleva rapinare". Ma io vi dico: la sua anima
voleva sangue, non rapina: egli era assetato della gioia del coltello! Ma la sua
povera ragione non capiva questa demenza e lo convinse: "che importa il
sangue! disse; non vuoi almeno prenderti una vendetta?". Abbastanza spesso il criminale non è all'altezza della sua azione: egli la immeschinisce e la calunnia ("Sentenze e intermezzi", 109, in Al di là del bene e del male). La volontà di vincere una passione non è in fin dei conti che la volontà di un'altra o di diverse altre passioni ("Sentenze e intermezzi", 117 in Al di là del bene e del male). Erostratismo estremo. Potrebbero esserci Erostrati che brucerebbero lo stesso tempio in cui sono venerate le loro immagini ("Opinioni e sentenze diverse", 66, in II Umano troppo umano). Tutti gli istinti che non si scaricano all'esterno, si rivolgono all'interno - questo è quello che io chiamo interiorizzazione dell'uomo ("Colpa, cattiva coscienza e simili", Seconda dissertazione, 16, in Genealogia della morale) Insomma, le morali non sono nient'altro che un linguaggio mimico delle passioni (Al di là del bene e del male, 187) Non diffidare del proprio sentimento. L'espressione femminile, secondo la quale non bisogna diffidare del proprio sentimento, non significa molto di più che: bisogna mangiare ciò che piace ("Opinioni e sentenze diverse", 279, in II Umano troppo umano). Quanto più astratta è la verità che tu vuoi insegnare, tanto più devi sedurre anche i sensi ad essa ("Sentenze e intermezzi", in Al di là del bene e del male 128). Io raccomando a tutti i martiri di riflettere se non sia stata la bramosia di vendetta a spingerli all'estremo (Frammenti postumi 1882 - 1884 , 4 [104]). Ad ogni effetto segue un effetto - questa credenza nella causalità ha la sua sede nel più forte degli istinti, l'istinto di vendetta (Frammenti postumi 1882 - 1884 , 4 [53]). L'utile è soltanto un mezzo, il suo scopo è in ogni caso il dulce. Gli utilitaristi sono stupidi (Frammenti postumi 1882 - 1884 , 4 [59]). E' impossibile soffrire senza farla pagare a qualcuno; in ogni lamento è già vendetta (Frammenti postumi 1882 - 1884 , 5 [20]).
Non temete il flusso delle cose: questo flusso
ritorna in se stesso: e fugge da se stesso non solo due volte.
Anche nella veglia ci comportiamo come nel sogno: cominciamo con l'inventare e immaginare l'uomo con cui trattiamo - e dimentichiamo subito questo fatto ("Sentenze e intermezzi", 138, in Al di là del bene e del male). Si deve dare il contraccambio, nel bene come nel male: ma perché proprio alla persona che ci fece del bene o del male? ("Sentenze e intermezzi", 159, in Al di là del bene e del male). Da tenersi presente! Chi è punito, non è più colui che ha compiuto l’atto. E’sempre il capro espiatorio (Aurora, 252).
Concetto di amicizia. Istinto sessuale idealizzato (Frammenti postumi 1869 - 1874 , 3 [73]) Mi chiedo se in tutti quei casi in cui
l'amicizia non vuol diventare amore, si trovi al fondo un'antagonismo naturale
come quello tra cane e gatto (Frammenti postumi 1882- 1884, 3[184])
L'Io contiene una pluralità di
esseri (come nel gregge), questa non è una contraddizione. Parimenti pluralità
di forze. Talora queste cessano - sono invisibili come la
corrente dell'ettricità. Nell'io nasce quella concezione di se
stesso che permette di conservare il tipo gregario (Frammenti
postumi 1882 - 1884, 4[217] ).
Principio primo della civiltà. Esiste presso i popoli incolti un genere di costumanze, la cui mira sembra essere il costume in generale: prescrizioni meticolose e in fondo superflue (come per esempio quello in uso tra i Camciadali, di non raschiare mai con il coltello la neve dalle scarpe, di non infilzare mai un carbone con il coltello, di non mettere mai un ferro sul fuoco, altrimenti la morte raggiungerà colui che agisce in dispregio a queste cose), che purtuttavia mantengono continuamente nella coscienza la continua vicinanza del costume, l’ininterrotta costrizione a praticare il costume medesimo; per rafforzare il grande principio con cui comincia la civiltà: un costume qualsiasi è meglio che l’assenza di costumi (Aurora, 15).
Così del sostrato dionisiaco del mondo, può passare nella coscienza dell'individuo solo esattamente quello che può essere poi di nuovo superato dalla forza di trasfigurazione apollinea, sicché questi due istinti artistici sono costretti a sviluppare le loro forze in stretta proporzione reciproca, secondo la legge dell'eterna giustizia. Dove le forze dionisiache si levano così impetuosamente come noi possiamo sperimentare, là deve essere già disceso sino a noi, avvolto in una nube, Apollo (La nascita della tragedia, 25). Ogni estensione della nostra conoscenza sorge dal render cosciente ciò che è inconscio (Frammenti postumi 1969 - 1974, 5[89]). Il simbolismo del linguaggio è un residuo
dell'oggettivazione apollinea del dionisiaco (Frammenti postumi 1969 - 1974,
9[13]).
Contenuto della coscienza. Il contenuto della nostra coscienza è tutto ciò che negli anni dell'infanzia ci fu regolarmente richiesto senza motivo da parte di persone che veneravamo o temevamo. Dalla coscienza viene dunque suscitato quel sentimento della necessità (questo devo farlo, questo no), che non domanda: perché devo? - in tutti i casi in cui una cosa viene fatta con "giacché " e "perché ", l'uomo agisce senza coscienza; ma non per questo contro di essa. - La credenza nell'autorità è la fonte della coscienza; questa non è dunque la voce di Dio nel petto dell'uomo, bensì la voce di alcuni uomini nell'uomo ("Il viandante e la sua ombra", 52, in II Umano troppo umano) *. perfino nel vecchio Kant: l'imperativo
categorico puzza di crudeltà ("Colpa, cattiva coscienza e simili",
Seconda dissertazione, 6, in Genealogia della morale) Children assume that their parents are omniscient about what children do and think. In the place of the parents their conscience examines their deeds and thoughts later on. The word conscience itself is derived from the Latin con and scire, to know with. It is remarkable that another characteristic of the child’s concept of the complete knowledge of the parents is transmitted to conscience. The child believes the parents know everything without their presence. Conscience is also often unconscious, intangible and insubstantial, but is experienced as effective ( The Need to Be Loved, Bantam Book, New York 1963, p.180).
Tutto nella donna è un'enigma, e tutto
nella donna ha una soluzione: questa si chiama gravidanza. Invidia e gelosia. Invidia e gelosia sono le parti pudende dell'anima umana. Il paragone può essere continuato ("L'uomo con sé stesso", 503, in I Umano troppo umano). * Come ha rilevato Abraham, "la donna vede nel bambino un sostituto del membro non concessole” (Karl Abraham, “Complesso di evirazione femminile”, in Opere, B.Boringhieri, Torino 1997, vol. I, pp. 107-114)
Coraggiosi, noncuranti, beffardi, violenti - così ci vuole la saggezza: che è femmina e sa amare solo il guerriero ("Del leggere e scrivere", in Così parlò Zarathustra). E una volta, quando la vita mi chiese: "Ma
chi è la saggezza? - mi affrettai a rispondere- : Ah sì! la saggezza! Posto che la verità sia una donna, e perché no? Non è forse fondato il sospetto che tutti i filosofi, in quanto furono dogmatici, s'intendevano poco di donne? Che la terribile serietà, la sgraziata invadenza con cui essi, fino a oggi, erano soliti accostarsi alla verità, costituivano dei mezzi maldestri e inopportuni per guadagnarsi appunto i favori di una donna? - Certo è che essa non si è lasciata sedurre - e oggi ogni specie di dogmatica se ne sta lì in attitudine mesta e scoraggiata ("Prefazione", in Al di là del bene e del male). Per tutte le vere donne la scienza va contro il pudore. Hanno la sensazione come se si volesse sbirciar loro sotto la pelle - peggio ancora! Sotto le vesti e l'acconciatura (Al di là del bene e del male, 127) Ciò che non è femminile. "Stupido come un uomo" dicono le donne: "vile come una donna" dicono gli uomini. La stupidità è nella donna il non femminile ( "Il viandante e la sua ombra", 273, in II Umano troppo umano). E' la donna deve obbedire e trovare la profondità per la propria superficie. L'animo [il genitale] della donna è superficie, una membrana mobile e tempestuosa sopra un'acqua bassa ("Delle femmine, vecchie e giovani", in Così parlò Zarathustra) Di tempo in tempo. Egli sedette alla
porta della città* e disse a uno che l'attraversava che quella appunto era la
porta della città. L'altro rispose che quella era una verità, ma che non si
dovrebbe troppo aver ragione, quando se ne volesse aver riconoscenza (
"Opinioni e sentenze diverse", 297, in II Umano troppo umano).
Quel nascosto ed imperioso qualcosa, per cui a lungo non troviamo un nome, finché esso si rivela da ultimo come il nostro compito - questo tiranno che è dentro di noi si prende una terribile rivalsa per ogni tentativo che facciamo di evitarlo e di sfuggirgli, per ogni rinuncia prematura, per ogni nostro uguagliarci a coloro a cui non apparteniamo, per ogni attività quantunque pregevole, se essa ci storna dalla nostra cosa principale, anzi per ogni virtù stessa che voglia proteggerci contro la durezza della nostra responsabilità più peculiare. La malattia è ogni volta la risposta, quando vogliamo dubitare del nostro diritto al nostro compito; quando, in un punto qualsiasi, cominciamo a farci le cose troppo facili. Strano e terribile insieme! Sono i nostri alleviamenti, che dobbiamo scontare nel modo più duro! E se poi vogliamo tornare alla salute, non ci resta scelta: dobbiamo caricarci più pesantemente di quanto lo fossimo mai stati prima... ( II Umano troppo umano, Prefazione, 4) Il dispiacere. Il dispiacere è una
malattia corporale che non è per niente eliminata dal solo fatto che la causa
del dispiacere venga poi soppressa ("L'uomo con sé stesso", 505,
in I Umano troppo umano) Inconscio e sogno Per un lunghissimo tratto di tempo, si è considerato il pensiero consapevole come il pensiero in generale: soltanto oggi, ci balugina la verità che la maggior parte del nostro produrre spirituale si svolga senza che ne siamo coscienti, senza che lo avvertiamo; penso tuttavia che questi impulsi, qui in lotta tra loro, sapranno benissimo farsi sentire tra loro e procurarsi vicendevolmente del male (La gaia scienza, 333) ...un pensiero viene quando è "lui" a volerlo, e non quando "io" lo voglio (Al di là del bene e del male, 17). "Io ho fatto questo" dice la mia memoria. "Io non posso aver fatto questo" - dice il mio orgoglio e resta irremovibile. Alla fine - è la memoria ad arrendersi (Al di là del bene e del male, 68). Dimenticare non è una semplice vis inertiae, come ritengono i superficiali, ma piuttosto una facoltà attiva, positiva nel senso più rigoroso, d'inibizione, cui è da ascriversi la circostanza che qualsiasi cosa venga da noi vissuta, sperimentata, assunta nella nostra intimità, entra tanto poco nella nostra coscienza nello stato di digestione (si potrebbe chiamarlo "appropriazione spirituale") quanto poco vi entra l'intero multiplo processo con cui si svolge il nostro nutrimento corporeo, la cosidetta "assimilazione". Chiudere di tanto in tanto porte e finestre della coscienza; restare indisturbati dal rumore e dalla lotta con cui il mondo sottostante degli organi posti al nostro servizio svolge la sua collaborazione od opposizione; un po' di silenzio, un po' di tabula rasa della coscienza ("Colpa, cattiva coscienza e simili", Seconda dissertazione, 1, in Genealogia della morale) Al nostro istinto più forte, al nostro interno tiranno, si assoggetta non solo la nostra ragione, ma anche la nostra coscienza (Al di là del bene e del male, 158). Si mentisce, sì, con la bocca, ma con il ghigno che si fa in quel momento si dice pur sempre la verità (Al di là del bene del male, 166) Le inferenze inconsce suscitano il mio
sospetto: si tratterà di quel passaggio da un’immagine ad un’altra:
l’immagine raggiunta da ultimo agisce allora come stimolo e motivo. Le cosidette inferenze inconsce sono da ricondursi alla memoria che conserva ogni cosa, che offre un’esperienze di natura parallela e quindi già conosce le conseguenze di un’azione. Non si tratta di un’anticipazione dell’effetto, bensì del sentimento: per uguali cause uguali effetti, prodotto da un’immagine della memoria (op.cit., 19[147] ). Interpretare il sogno. Su ciò che talvolta nella veglia non si sa e non si sente esattamente - se verso una persona si ha una buona o una cattiva coscienza - istruisce in modo del tutto inequivocabile il sogno ("Opinioni e sentenze diverse", 76, in II Umano troppo umano). Il sogno. I nostri sogni, quando eccezionalmente riescono e divengono perfetti - di solito il sogno è un lavoro di acciarponi - sono simboliche catene di scene e di immagini in luogo di un linguaggio poetico di narrazione; essi parafrasano le nostre vicende o aspettative o relazioni con artistica arditezza e determinatezza, al punto che poi la mattina stupiamo noi stessi, se ci ricordiamo dei nostri sogni. Noi consumiamo nel sogno troppa arte - e ne siamo perciò di giorno così poveri ( "Il viandante e la sua ombra", 194, in II Umano troppo umano). ...sotto l’influsso apollineo del sogno, questa musica [ musica = pulsioni dell’Es] gli ridiventa visibile come in un’immagine di sogno simbolica [ i simboli nel sogno sono le pulsioni filtrate dalla censura dell’Io]. Quel riflesso senza immagine e senza concetto del dolore originario [ la pulsione inaccettabile all’Io], produce un secondo rispecchiamento, come singola immagine o esempio (La nascita della tragedia, 5).
Col fatto che qualcuno si sente "colpevole", "peccaminoso", non è ancora per nulla dimostrato che a ragione egli si senta tale ("Che significano gli ideali ascetici?", Terza dissertazione, 16, in Genealogia della morale) I più antichi mezzi di conforto. Primo grado: in ogni malessere e in ogni avversità l’uomo vede qualcosa per cui deve far soffrire qualcun’altro, - questo lo rende cosciente della persistenza del suo potere ed è per lui un conforto. Secondo grado: in ogni malessere e in ogni avversità l’uomo vede un castigo, vale a dire l’espiazione della colpa e il mezzo per liberarsi dal maligno incantesimo di un torto reale o presunto. Se egli intravvede questo vantaggio che la sventura gli porta con sé, non crede più di dover far soffrire altri per questo, - egli si dice affrancato da questa specie di soddisfazione, perché ne ha ora un’altra (Aurora, 15).
Il suicidio è possibile solo se si mira ad
un'esistenza più felice. Il non essere non si può pensare (Frammenti
Postumi 1869-1974, 3[91]).
Originale. Non il vedere per primi qualcosa di nuovo, bensì il vedere come nuovo l'antico, ciò che è già anticamente conosciuto e che è da tutti visto e trascurato, contraddistingue le menti veramente originali. Il primo scopritore è comunemente quell'esaltato, affatto volgare e privo di spirito, che si chama caso ("Opinioni e sentenze diverse", 200, in II Umano troppo umano).
Derivata dalla madre. Ognuno porta in sé un'immagine della donna derivata dalla madre: da essa ognuno viene determinato a rispettare o a disprezzare le donne in genere, o a essere generalmente indifferente verso di loro ("La donna e il bambino", 380, in I Umano troppo umano). Crudele pensiero dell'amore. Ogni grande amore porta con sé il crudele pensiero di uccidere l'oggetto dell'amore, perché sia sottratto una volta per tutte al sacrilego gioco del mutamento: giacché di fronte al mutamento l'amore innorridisce più che di fronte alla distruzione ( "Opinioni e sentenze diverse", 280, in II Umano troppo umano).
tutte le valutazioni e gli “interessi” che abbiamo posto nelle cose cominciano a perdere il loro senso, quanto più regrediamo con la nostra conoscenza fino a giungere alle cose stesse. Con la piena cognizione dell’origine aumenta l’insignificanza dell’origine: mentre la realtà più vicina, quel che è intorno e dentro di noi, comincia a poco a poco a mostrare colori e bellezze ed enigmi e ricchezze di significato (Aurora, 44).
Se si sente la necessità di fare della ragione un tiranno, come fece Socrate, non deve essere piccolo il pericolo che qualche altra cosa si metta a tiranneggiare. A quel tempo si indovinò nella razionalità la salvatrice; né Socrate né i suoi malati erano liberi di essere razionali -- era de rigueur, era il loro rimedio ultimo. Il fanatismo con cui tutto il pensiero greco si getta sulla razionalità tradisce uno stato di necessità; si era in pericolo, non c'era altra scelta; o andare in rovina o... essere assurdamente razionali... il moralismo dei filosofi greci, a cominciare da Platone, è patologicamente condizionato: ugualmente la loro valutazione della dialettica: si deve imitare Socrate e stabilire in permanenza contro gli oscuri appetiti una luce diurna, la luce diurna della ragione. Si deve essere accorti, perspicui, chiari a ogni costo; ogni cedimento agli istinti, all'inconscio, porta a fondo ("Il problema di Socrate", 10, in Crepuscolo degli Idoli). Nella tendenza a non conoscere se stesse le persone comuni sono assai sottili ed astute (Frammenti postumi 1882 - 1884 , 4 [54]).
potrebbe perfino appartenere alla costituzione fondamentale dell'esistenza il fatto che chi giunge alla perfetta conoscenza incontri l'annullamento (Al di là del bene e del male, 39).
Lasciare nell'Ade. Molte cose bisogna lasciarle nell'Ade dei sentimenti semicoscenti e non volerle staccare dalla loro esistenza di ombre, altrimenti esse diventano. come pensiero e parola, i nostri demoniaci padroni e chiedono crudelmente il nostro sangue ( "Opinioni e sentenze diverse", 374, in II Umano troppo umano).
Vicinanza della mendicità. Anche lo spirito più ricco ha perduto talvolta la chiave della camera in cui giacciono ammasati i suoi tesori, ed è allora simile al più povero, che deve mendicare per vivere ( "Opinioni e sentenze diverse", 375, in II Umano troppo umano). Per quanto l'uomo possa espandersi con la sua conoscenza, apparire a se stesso obiettivo, alla fine non ne ricava nient'altro che la propria biografia ("L'Uomo con se stesso", 513, in I Umano, troppo umano ). Suum cuique. Per quanto grande sia l'avidità della mia conoscenza, non potrò estrarre dalle cose nient'altro che già non mi appartenga - mentre ciò che possiedono gli altri resta nelle cose. Com'e possibile che un uomo sia ladro e predone? (La Gaia Scienza, 242) In definitiva, nessuno può trarre dalle cose nient'altro che quello che sa già, chi non ha accesso per esperienza a certe cose, non ha neppure orecchie per udirle ("Perché scrivo libri così buoni", 1, in Ecce Homo) “Conosci te stesso” è tutta la scienza. Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l’uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell’uomo (Aurora, 48). I sistemi filosofici sono la forma più modesta in cui si possa parlare di sè stessi - una forma poco chiara e balbettante di memorie (Frammenti postumi 1969 - 1974, 79).
Pensatore a catena. A uno che ha molto pensato, ogni nuovo pensiero che sente o legge, appare subito in forma di una catena ( "Opinioni e sentenze diverse", 376, in II Umano troppo umano).
E’ un errore grossolano, l’intendere l’individuo eterno come un qualcosa di completamente isolato. Il suo influsso si propaga eternamente, così come tale individuo è il risultato di innumerevoli generazioni (Frammenti postumi 1969 – 1974, 8 [99]. In effetti, l'uomo porta con se la memoria di tutte le generazioni precedenti (Frammenti postumi 1969 – 1974, 19 [162].
Il progresso verso imperi universali è altresì
il progresso verso divinità universali, il dispotismo con la sua sopraffazione
dell'aristocrazia autonoma apre sempre altresì la strada a una qualche specie
di monoteismo ("Colpa, cattiva coscienza e simili", Seconda
dissertazione, 20, in Genealogia della morale)
L'ipocrita più distinto. Il non parlare affatto di sé è una ipocrisia molto distinta ("L'uomo con sé stesso", 504, in I Umano troppo umano)
...il coro, il quale produce fuori di sè la visione e parla di essa con tutto il simbolismo della danza, del suono e della parola. Questo coro contempla nella sua visione il suo signore e maestro Dioniso ed è perciò in eterno il coro servente: esso vede come questi, il dio, soffra e si glorifichi, e perciò non agisce esso stesso. Nonostante questa posizione, assolutamente servile di fronte al dio, esso è tuttavia l'espressione suprema, cioè dionisiaca della natura, e perciò nell'entusiasmo pronuncia, come questa, sentenze oracolari e di saggezza; come partecipe della sofferenza esso è insieme il saggio, che annuncia la verità dal cuore del mondo (La nascita della tragedia, 8) Dopo l'ebbrezza della vittoria sorge sempre il sentimento di una grande perdita: il nostro nemico, il nostro nemico è morto! Non lamentiamo così profondamente neppure la perdita di un amico, che per questa ragione lamentiamo tanto più clamorosamente! (Frammenti postumi 1882 - 1884, 3[153] ). il coro, inteso dionisiacamente,
l’unità di individui che soffrono uno stesso dolore (Frammenti postumi
1869 - 1874, 7[97] ). Prometeo – uno dei Titani che ha dilaniato
Dioniso [il capro, Zagreo il cacciatore, e Padre totemico
delle tribù greche], e perciò soffre in eterno come le sue creature, e,
contro Zeus, presente l’avvento di una religione universale [come
il Cristo]. Soltanto grazie al dilaniamento ad opera dei Titani è
possibile la civiltà, la razza dei Titani viene perpetuata con la rapina.
Prometeo – al tempo stesso lo sbranatore di Dioniso e il padre degli uomini
prometeici (Frammenti postumi 1869 - 1874, 7[83] ). Con essa fu però introdotta la più grande e la più sinistra delle malattie, di cui fino a oggi l'umanità non è guarita, la sofferenza che l'uomo ha dell'uomo, di sé: conseguenza di una violenta separazione dal suo passato d'animale, di un salto e di una caduta, per così dire, in nuove situazioni e condizioni esistenziali ("Colpa, cattiva coscienza e simili", Seconda dissertazione, 16, in Genealogia della morale) Il rapporto di diritto privato tra il debitore e il suo creditore, di cui già a lungo si è discorso, è stato ancora una volta interpretato, e per la verità in una maniera estremamente notevole e coscienziosa sotto il profilo storico, all'interno di un rapporto in cui esso risulta per noi moderni forse del tutto incomprensibile: del rapporto, cioè intercorrente tra i contemporanei e i loro progenitori. Nell'ambito dell'originaria comunità di stirpi - parliamo dei primordi - la generazione vivente riconosce ogni volta un'obbligazione giuridica nei confronti di quella più antica ("Colpa, cattiva coscienza e simili", Seconda dissertazione, 19, in Genealogia della morale) -il progenitore finisce per essere necessariamente trasfigurato in un dio. Forse sta proprio qui l'origine degli dei, un'origine dunque dal timore! ("Colpa, cattiva coscienza e simili", Seconda dissertazione, 19, in Genealogia della morale)
...la tragedia è sorta dal coro tragico, e che
originariamente essa era soltanto coro e nient'altro che coro (La nascita
della tragedia, 7). Secondo questa concezione e secondo la tradizione Dioniso, il vero e proprio eroe scenico e centro della visione, non è dapprima, nel periodo più antico della tragedia, veramente esistente, ma viene solo rappresentato come esistente: cioè in origine la tragedia è solo “coro” e non “dramma”. Più tardi viene poi fatto il tentativo di mostrare il dio come reale e di presentare come visiile a chiunque la figura visionaria insieme alla cornice della trasfigurazione: con ciò comincia il dramma in senso stretto. Ora al coro ditirambico è affidato il compito di eccitare dionisicamente l’animo degli ascoltatori fino al punto che essi, quando l’eroe tragico appare sulla scena, non vedano già l’uomo grottescamente mascherato, bensì una figura visionaria partorita per così dire dalla loro stessa estasi [...] lo spettatore dionisicamente eccitato vedeva avanzarsi sulla scena il dio, nella cui sofferenza egli si era già immedesimato. Involontariamente [ ovvero, inconsciamente] egli trasferiva tutta l’immagine del dio, magicamente tremante davanti alla sua anima, in quella figura mascherata, dissolvendone la realtà, per così dire, nell’irrealtà di uno spirito (La nascita della tragedia, 8). "Qual è l'azione della musica? Essa
risolve una visione in volontà.
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