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Troviamo il brano "La visione e l'enigma" nella terza parte dello Zarathustra, nella quale Nietzsche annuncia la teoria dell'eterno ritorno. Quando tra i marinai si sparse
la voce che Zarathustra era sulla nave - poichè insieme a lui era salito a
bordo un uomo che veniva dalle isole beate - si manifestò grande curiosità e
attesa. Ma Zarathustra tacque per due giorni, ed era freddo e sordo dalla
tristezza, tanto da non rispondere nè agli sguardi nè alle domande. La sera
del secondo giorno, però, egli riaprì le sue orecchie, sebbene tacesse ancora:
si potevano infatti sentire molte cose strane e pericolose su questa nave che
veniva da lontano e andava ancora più lontano. Ma Zarathustra era amico di
tutti quelli che fanno lunghi viaggi e che non vogliono vivere senza pericolo.
Ed ecco! alla fine, mentre era intento ad ascoltare, egli si sciolse la lingua e
si spezzò il ghiaccio intorno al cuore: - allora cominciò a parlare così:
Guarda questa porta carraia! Nano! Continuai: essa ha
due volti. Due sentieri convergono qui: nessuno li ha mai percorsi sino
alla fine. Questa lunga via fino alla porta e all'indietro: dura
un'eternità. Si contraddicono a vicenda questi sentieri; sbattono la testa l'un
l'altro: e qui, a questa porta carraia essi convergono. In alto sta scritto il
nome della porta: "attimo". Ma chi ne percorresse uno dei due - sempre
più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si
contraddicano in eterno? Tutte
le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva,
il tempo stesso è un circolo". Ognuna delle
cose che possono camminare, non dovrà forse aver già percorso un’altra volta
questa via? Non dovrà ognuna delle cose che “possono” accadere essere già
accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto è già
esistito: che ne pensi tu, o nano, di questo attimo? Non deve anche questa porta
carraia esserci già stata? E tutte le cose non sono forse annodate saldamente
l’una all’altra in modo tale che quest’attimo trae dietro di sé tutte le
cose a venire? Dunque anche sé stesso? Infatti, ognuna delle cose che possono
camminare: anche questa lunga via “al di fuori” – deve camminare ancora
una volta! E questo ragno
che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna, ed
io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non
possiamo esserci tutti stati un’altra volta? E ritornare a camminare in
quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa orrida via – non
dobbiamo ritornare in eterno? Il brano si configura
come un racconto esposto da Zarathustra ai marinai della nave che lo trasporta
nel "mare aperto": egli parla loro della sua salita su di un sentiero
di montagna - nel racconto di Zarathustra si associano due immagini essenziali,
il mare e la montagna, ossia l'altezza e la profondità estreme che alludono al
pensiero dei pensieri - in compagnia di uno strano personaggio, il nano, che
rappresenta lo "spirito di gravità", l' "arcinemico" di
Zarathustra. Giunti davanti ad una porta carraia, sulla quale sta scritta la
parola "attimo", e da cui si dipartono, in direzioni opposte, due
sentieri infiniti - la porta carraia e i due sentieri simboleggiano il tempo e
l'eternità -, Zarathustra domanda al nano: "Credi tu, nano, che queste vie
si contraddicano in eterno?" Questi risponde: "Tutte le cose diritte
mentono [..]. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo". Benché
il nano abbia fatto riferimento al circolo dell'eterno ritorno, non ha
indovinato l'enigma, perché ha preso le cose "troppo alla leggera".
Nondimeno Zarathustra rivolge al nano una seconda domanda: "Guarda,
continuai, questo attimo!". Zarathustra domanda ora partendo dall'attimo; e
in riferimento ad esso si deve pensare di nuovo l'intera visione che esige una
propria posizione nell' "attimo" stesso, cioè nel tempo. In tal modo
la domanda è posta ad un livello infinitamente superiore, tale da non poter
essere soddisfatta dal nano, che scompare dalla scena, sostituito da una seconda
visione, nella quale appare un pastore "cui un greve serpente nero
penzolava dalla bocca". Zarathustra espone così la dottrina dell'eterno ritorno dell'uguale: essa
è necessariamente implicata dalla fede nell'evidenza del divenire, come
condizione di possibilità del divenire stesso. Il passato deve essere redento,
deve essere riportato nell'ambito della volontà di potenza, perché altrimenti
esso - come immutabile - vanificherebbe il divenire, lo renderebbe qualcosa di
illusorio; ma la redenzione del passato non può essere la sua modificazione,
con il costituirsi di un altro passato, perché ciò amplierebbe solo la
dimensione dell'immutabile; dunque, lo stesso passato, in tutte le sue sfumature
di contenuti, deve eternamente ritornare così come esso è stato. Il tempo,
quindi, non ha uno sviluppo semplicemente lineare, bensì circolare: l'andare in
avanti è, insieme, un tornare indietro, perché andando avanti ci si muove -
restando in un circolo - verso il punto di partenza. Quindi, ciò che stato non
è qualcosa di immodificabile, di eternamente sottratto alla volontà, ma è -
all'opposto - qualcosa che ritornerà infinite volte, eternamente, ossia sarà
eternamente voluto così come esso è stato. In quest'ottica, Nietzsche può parlare di un amor fati: l'oltreruomo vuole ed ama la necessità dell'accadere di ogni cosa, che si ripete all'infinito. La necessità di cui parla Nietzsche è una necessità cieca, irrazionale: gli enti, infatti, non hanno alcun legame intrinseco fra di loro, perché questo legame sarebbe - di nuovo - un immutabile che vanificherebbe il divenire. La necessità nietzscheana è allora la necessità dello stesso ripetersi eterno del caos: “ il caos implica la necessità del ritorno eterno del caos, della mancanza di senso del tutto. Appunto per questo Nietzsche scrive che ‘il carattere complessivo del mondo è ... caos per tutta l'eternità, non nel senso di un difetto di necessità, ma di un difetto di ordine’ metafisico-epistemico ” . Nietzsche - come racconta Andreas-Salomé - avrebbe provato
"quell'"indicibile tristezza" per l'avverarsi del pensiero
dell'eterno ritorno, e ne avrebbe parlato solo con quella “ voce sommessa e
mostrando tutti i segni del più profondo raccapriccio ”. Così la gioia
dell'oltreuomo per il proprio eterno ritornare nell'essere "è la maschera
inevitabilmente indossata dall'angoscia a cui l'Occidente è destinato. Mentre Zarathustra e il nano si trovano davanti alla porta carraia, la porta dell'Attimo dove convengono e da cui dipartono due sentieri da nessuno mai percorsi fino alla fine, il sentiero del passato e il sentiero del futuro, e mentre il Maestro parla e insegna l'Eterno Ritorno dell'Uguale, come in un sogno o una visione, all'improvviso, appare un uomo: "Vidi un giovane
pastore rotolarsi, soffocato, convulso, stravolto in viso, cui un greve serpente
nero penzolava dalla bocca". |