Ecce homo

 

In questo giorno di perfezione in cui ogni cosa giunge a maturazione e il grappolo non è il solo a diventare scuro, un raggio di sole è appena caduto sulla mia vita: ho guardato dietro di me, ho guardato lontano davanti a me, non vidi mai tante cose buone in una volta sola. Non ho sepolto invano oggi, il mio quarantaquattresimo anno, mi è stato possibile seppellirlo, ciò che in esso era vita è salvo, è immortale. Il rovesciamento di tutti i valori, i Ditirambi di Dioniso e, per mia ricreazione, Il Crepuscolo degli idoli. Tutti doni di questo anno, addirittura del suo ultimo trimestre! Come potrei non essere grato all'intera mia vita? E così mi racconto la mia vita.

Prologo

1. In previsione del fatto che fra breve dovrà affrontare l'umanità con l'esigenza più grave che mai le sia stata posta, mi sembra necessario spiegare chi sono. In fondo è possibile che lo si sappia già: poiché non ho mai mancato di "dare testimonianza di me". Ma la discrepanza fra la grandezza del mio compito e la piccolezza dei miei contemporanei si manifesta nel fatto che non mi hanno udito e nemmeno visto. Civo a mio proprio credito, forse è solo un pergiudizio, che io viva?... Mi basta solo parlre con qualche "dotto" che venga d'estate in Alta Engandina pr convincermi che non vivo... In queste circostanze c'è un dovere contro il quale, in fondo, la mia abitudine e ancor più l'orgoglio dei miei istinti si rivolta, dire cioè: Ascoltatemi! poiché io sono questo e quest'altro. E soprattutto non confondetemi con altri.

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Perchè sono così saggio

1. La felicità della mia esistenza, la sua unicità forse, sta nella sua fatalità: per parlare per enigmi, in quanto mio padre sono già morto, in quanto mia madre vivo ancora e invecchio. Questa doppia origine, per così dire dal più alto come dal più basso germoglio della scala della vita, décadent e insieme cominciamento, se c'è qualcosa che spieghi quella neutralità, quella liberà da ogni fazione di fronte al problema della vita nel suo complesso, che forse mi contraddistingue, è proprio questo. Io ho, per i segni dell'ascesa e del declino, più fiuto di quanto un uomo abbia mai avuto. Io sono in questo il maestro più eccellente, conosco l'una e l'altro, sono l'una e l'altro.
Mio padre morì a trentasei anni: era tenero, amabile e morboso, come un essere destinato a passare oltre, piuttosto un ricordo benevolo della vita che la vita stessa. Nello stesso anno in cui la sua vita declinò, declinò anche la mia: nel suo trentaseiesimo anno la mia vita toccò il fondo, vivevo ancora senza vedere a tre passi davanti a me. Allora era il 1979, lasciai la cattedra di Basilea, passai l'estate a St. Moritz come un'ombra, e l'inverno seguente, il più privo di sole ella mia vita, a Naumburg, ero un'ombra. Fu il mio minimum: Il viandante e la sua ombra nacque in quel periodo. Senza dubbio allora mi intendevo di ombre. L'inverno seguente, il mio primo inverno genovese, quell'addolcimento e quella spiritualizzazione che un estremo impoverimento del sangue e dei muscoli comporta inevitabilmente, portò alla nascita di Aurora. La limpidezza perfetta e la serenità, l'esuberanza quasi dello spirito che questa opera riflette, si accordano in me non solo per la profonda debolezza fisiologica, ma anche con un eccesso di sensazioni dolorose. Nel martirio che mi causava una ininterrotta emicrania di tre giorni successivi, accompagnata da un penoso vomito di muco, possedevo una chiarezza dialettica par excellence ed esaminavo con grande sangue freddo cose per le quali, in migliori condizioni di salute, non sono uno scalatore raffinato e sufficientemente ardito, sufficientemente freddo. I miei lettori sanno forse fino a qual punto io consideri la dialettica come un sintomo di décadence, per esempio nel caso più famoso, quello di Socrate. Tutti i turbamenti morbosi dell'intelletto, anche quel mezzo stordimento che segue la febbre, mi sono rimasti fino ad oggi completamente estranei: ho dovuto informarmi sui libri della loro natura e della loro frequenza. Il mio sangue scorre lentamente. Nessuno ha mai potuto accertare la febbre su di me. Un medico che mi curò a lungo come malato di nervi, disse alla fine: "no! i suoi nervi non hanno niente, sono io che sono nervoso". In definitiva nessuna degenerazione locale accertabile; nessun mal di stomaco di natura organica, per quanto sappia, come conseguenza di un esaurimento generale, di una fortissima debolezza del sistema gastrico. Anche il dolore agli occhi, che si avvicina a volte pericolosamente alla cecità, è solo una conseguenza , non una causa: di modo che ogni accrescimento della forza vitale ha accresciuto la forza visiva. Guarigione vuol dire, per me, una lunga, troppo lunga serie di anni, significa purtroppo anche ricaduta, declino, periodicità di ogni genere di décadence.
Ho forse bisogno di dire, dopo di tutto ciò, che sono esperto in materia di décadence? La ho sillabata da ogni lato. E anche quell'arte della filigrana dell'afferrare e comprendere in generale, quel tocco per le nuances, quell'attitudine psicologia a "vedere dietro l'angolo", e ogni altra cosa che mi distingue, l'ho imparata allora, è il vero dono di quel tempo nel quale ogni cosa si affinò i me, l'osservazione come tutti gli organi dell'osservazione. Partendo dall'ottica del malato, considerare i concetti e i valori più sani, poi, al contrario, partendo dlla pienezza e sicurezza di sé della vita ricca, guardare in basso, nel lavoro segreto dell'istinto di décadence, questo è stato il mio esercizio più lungo, la mia vera e propria esperienza, se sono stato maestro in qualche cosa lo sono stato qui. Ora l'ho in mano, mi son fatto la mano a rovesciare le prospettive: ragione prima per la quale a me solo, forse, è possibile una "trasvalutazione dei valori".

2. Indipendentemente dal fatto che sono un décadent, sono anche il suo contrario.....

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8. Posso osare accennare ancora ad un ultimo tratto della mia natura, che nel mio rapporto con gli uomini mi pone non poche difficoltà? Mi è propria un'eccitabilità, assolutamente inquietante, dell'istinto di plizia, di modo che percepisco fisiologicamente, odoro la vicinanza o, che dico? l'interiorità più profonda, le viscere di ogni anima...

Perchè sono così accorto

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Perchè scrivo libri così buoni

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La nascita della tragedia

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Le considerazioni inattuali

1. Le quattro inattuali sono assolutamente bellicose. Esse dimostrano che non ero un sognatore, che mi piace sguainare la spada, forse anche che ho il polso pericolosamente agile.

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Umano troppo umano

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Aurora

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La gaia scienza

Così parlò Zarathustra

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Al di là del bene e del male

1. Il compito per gli anni che sarebbero seguiti non poteva essere predelineato con maggior rigore. Dopo che fu compiuta la parte affermativa del mio compito, si presentò la sua metà che negava, che agiva il no: il capovolgimento dei valori fino ad allora esistenti, la grande guerra, l'evocazione del giorno della decisione. E' incluso qui il lento giro dell'orizzontealla ricerca di esseri affini, di esseri tali prendendo le mosse dalla loro forza mi avrebbero offerto la mano nella mia opera di distruzione. Da allora tutti i miei scritti sono solo delle esche: sarà forse che io mi intendo di pesca come nessun altro? Se nulla si è fatto prendere, la colpa non è mia. Erano i pesci che mancavano...

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Genealogia della morale

Crepuscolo degli idoli

1. Questo scritto di neppure centocinquanta pagine, sereno e fatale nel tono, un demone che ride, l'opera di così pochi giorni che esito a dire quanti, è l'eccezione tra i libri: non vi è nulla di più ricco di sostanza, di più indipendente, di più eversivo, di più cattivo. Se ci si vuol fare rapidamente una idea di come, prima di me, tutto fosse capovolto, si inizi con questo scritto. Ciò che nel titolo è indicato come idoli è molto semplicemente è ciò che sino ad ora è stato chiamato verità. Crepuscolo degli idoli, detto a chiare lettere: le antiche verità stanno per finire.

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Il caso Wagner

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Perchè sono un destino

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9. Sono stato compreso? Dioniso contro il Crocifisso...

 

 

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