
IL CANTO DELLA
DANZA
Una sera Zarathustra andava per il bosco con i suoi discepoli; e proprio mentre
cercava una fontana, ecco che giunse in un verde prato silenzioso, circondato da
alberi e cespugli: là alcune fanciulle danzavano tra di loro. Appena le
fanciulle riconobbero Zarathustra, smisero la danza; ma Zarathustra si avvicinò
loro con amichevole saluto e disse queste parole:
"Non cessate la danza, o leggiadre fanciulle! Non venne a voi un
guastafeste dallo sguardo malvagio, né un nemico delle fanciulle.
Io sono l'intercessore di Dio contro il demonio: lui invece è lo spirito della
pesantezza. Come potrei essere, o voi lievi, nemico della divina danza? o dei
piedi delle fanciulle dalle belle caviglie?
Io sono, è vero, una foresta e una notte di alberi neri: ma chi non ha paura
della mia oscurità trova dei roseti sotto i miei cipressi.
E vi trova anche il piccolo dio che è tanto caro alle fanciulle: egli è
disteso vicino alla fonte, zitto, con gli occhi chiusi.
In realtà, mi si è addormentato, quel fannullone! E forse andato troppo a
caccia di farfalle?
Non siate in collera con me, o belle danzatrici, se punisco un poco il piccolo
dio! Egli griderà e piangerà; ma è allegro anche nel pianto! E con le lacrime
negli occhi vi chiederà un ballo; e io stesso voglio intonare un canto per la
sua danza: una ballata e una canzone satirica sullo spirito della pesantezza, il
mio altissimo e potentissimo demonio, di cui si dice che sia il padrone del
mondo".
E questo è il canto che Zarathustra cantò, mentre Cupido e le fanciulle
danzavano insieme:
"Recentemente ti guardai negli occhi, o vita! E mi sembrò di sprofondare
nell'imperscrutabile.
Ma tu mi riportasti sù con un amo d'oro; ridesti ironicamente quando ti chiamai
imperscrutabile.
'Così parlano tutti i pesci' tu dicesti; 'ciò che essi non penetrano, è
imperscrutabile.
Ma io sono solo mutevole e selvaggia e in tutto una femmina e fra l'altro non
virtuosa:
Anche se da voi uomini vengo chiamata la profonda o la fedele, l'eterna, la
misteriosa.
Voi uomini ci fate sempre dono delle vostre proprie virtù, ahimè, o virtuosi!'
Così rise, l'infida; ma io non mi fido mai di lei e del suo riso, quando parla
male di se stessa.
E quando ebbi parlato a quattr'occhi con la mia selvaggia saggezza, essa mi
disse adirata: 'Tu vuoi, tu desideri, tu ami; solo per questo tu lodi la vita!'
Stavo quasi per darle una cattiva risposta e dire la verità all'irata; non si
può rispondere peggio di quando 'si dice la verità' alla propria saggezza.
Così stanno le cose tra noi tre. In fondo io amo solo la vita; tanto più,
quando la odio!
Se tuttavia anche la saggezza mi è cara e spesso troppo cara: questo accade,
perché essa mi rammenta troppo la vita!
Essa ha i suoi occhi, il suo sorriso e perfino il suo piccolo amo d'oro: che
colpa ne ho io se tutt'e due sono così rassomiglianti?
E quando una volta la vita mi chiese: chi è mai questa, saggezza? allora io
dissi premurosamente: 'Ahimè, sì! la saggezza!
Si ha sete di lei e non se ne diviene mai sazi, la si guarda attraverso i veli,
e si cerca di afferrarla con la rete.
È bella? Che ne so io! Ma anche le più vecchie carpe vengono prese all'amo con
essa.
È mutabile e caparbia; spesso l'ho veduta mordersi le labbra e adoperare il
pettine contro il verso dei suoi capelli.
Forse essa è malvagia e falsa, e in tutto una femmina; ma quando parla male di
se stessa, proprio allora mi seduce più di tutto'.
Appena ebbi detto questo alla vita, essa rise malignamente e chiuse gli occhi.
'Di chi parli?' disse di me, vero?
Anche se tu avessi ragione, mi si dice forse ciò, così, in faccia? Ma ora
parla anche della tua saggezza!'
Ahimè, allora tu apristi di nuovo gli occhi, vita mia adorata! E a me sembrò
di cadere di nuovo nell'imperscrutabile".
Così cantò Zarathustra. Ma quando la danza ebbe fine e le fanciulle se ne
furono andate, divenne triste. E disse:
"Il sole è da tempo tramontato, il prato è umido, dalla foresta viene
frescura.
Un qualcosa di sconosciuto è intorno a me e guata pensoso. Che cosa? Vivi tu
ancora, o Zarathustra?
Perché? per che cosa? per mezzo di che cosa? verso dove? dove? come?
Non è follia, vivere ancora?
Ahimè, amici miei, è la sera che così mi interroga. Perdonate la mia
tristezza!
Si è fatta sera: perdonatemi, che si è fatta sera!"
Così parlò Zarathustra.