DELLA GENTAGLIA
"La vita è una sorgente di gioia;
ma dove la gentaglia beve con gli altri, là tutte le fonti sono avvelenate.
Io sono favorevole a tutto ciò che è puro; ma non posso vedere i musi
sogghignanti e la sete degli impuri.
Essi hanno guardato con i loro occhi in fondo alle fonti: ora vedo riflesso il
loro ripugnante sorriso dentro la fonte.
Hanno avvelenato con la loro libidine l'acqua santa; e quando hanno chiamato
gioia i loro sogni osceni, hanno avvelenato anche le parole.
La fiamma si ritrae, quando essi mettono i loro viscidi cuori vicino al fuoco;
lo spirito stesso ribolle e fuma, quando la gentaglia si accosta al fuoco.
Il frutto nelle loro mani diventa dolciastro e marcio: il loro sguardo rende
l'albero da frutto cadente e secco.
Molti abbandonarono la vita per sfuggire alla gentaglia: ton volevano divenire
con essa l'albero, la fiamma e il frutto.
E molti che si recarono nel deserto e soffersero la sete con le belve, lo fecero
perché non volevano sedere intorno alla cisterna con i sudici cammellieri.
E molti che vennero qua come distruttori e come una grandinata su campi
ubertosi, vollero solo cacciare il loro piede sulla bocca della gentaglia e così
tapparne la gola.
E non è questo il ‘boccone’ che lo dovetti per lo più strozzare, per
sapere che la vita stessa ha bisogno di ostilità e di morte e di croci di
martirio.
Ma un giorno io domandai, e quasi soffocavo per la mia domanda: 'Come? La vita
ha bisogno anche della gentaglia?
Sono necessarie le fonti avvelenate e i fuochi puzzolenti e i sogni osceni e i
vermi sul pane della vita?'
Non il mio odio, ma il mio disgusto mi fece affamato dl vita! Ahimè, io mi
stancai anche dello spirito, quando trovai che anche la gentaglia era piena di
spirito!
E così girai la schiena anche ai dominatori, quando vidi che cosa essi oggi
chiamano dominatori: gente che traffica e mercanteggia per il potere con la
gentaglia!
Io ho dimorato tra popoli di diversa lingua, con le orecchie chiuse: perché mi
rimanesse sconosciuta la lingua del loro trafficare e mercanteggiare il potere.
Tappandomi il naso, sono passato disgustato attraverso tutti gli ieri e gli
oggi: in realtà, ho sentito l'odore cattivo sia dell'ieri che dell'oggi: in
realtà, tanto l'ieri quanto l'oggi puzzano di questa gentaglia che scrive!
Simile a un invalido che è diventato sordo e cieco e muto: sono vissuto a lungo
in maniera da non aver niente da spartire con la gentaglia che comanda e scrive
e gode.
Penosamente e cautamente il mio spirito salì le scale; le elemosine del piacere
furono il suo conforto; intanto la vita scorreva lentamente per il cieco
appoggiato al bastone.
Che cosa mi accadde, dopo? Come mi liberai del disgusto? Chi ringiovanì i miei
occhi? Come raggiunsi l'altitudine dove la gentaglia non siede più intorno alle
fonti?
Il mio stesso disgusto mi ha procurato le ali e la forza presaga di nuove
sorgenti? In realtà, ho dovuto volare molto in alto, per ritrovare la sorgente
della gioia!
Oh, l'ho trovata, fratelli miei! Qui, nelle supreme altitudini, scaturisce per
me la sorgente della gioia! E vi è una vita, di cui la gentaglia non si
abbevera!
Anche troppo impetuosa tu scorri per me, sorgente di gioia! E spesso tu vuoti la
coppa, perché vuoi riempirla di nuovo!
E io debbo ancora imparare ad avvicinarmi a te con discrezione; il mio cuore ti
corre incontro con troppa violenza:
il mio cuore, su cui brucia la mia estate, la breve, calda, malinconica,
beatissima estate: come il mio cuore estivo desidera la tua frescura!
Finita la esitante malinconia della mia primavera!
Passata la malvagità dei miei fiocchi di neve in giugno! Io sono divenuto tutto
estate e meriggio d'estate!
Un'estate sulle alture con fredde sorgenti e beato silenzio: venite, amici miei,
perché il silenzio divenga ancora più beato!
Siccome questa è la nostra altitudine e la nostra patria; troppo in alto e in
luogo scosceso noi dimoriamo per gli impuri e la loro sete.
Gettate i vostri puri sguardi nella sorgente della mia gioia, o amici! Come essa
potrebbe intorbidarsi? Deve sorridere incontro a voi con la sua purezza!
Noi erigeremo il nostro nido sull'albero dell'avvenire; le aquile dovranno
portare a noi solitari il cibo nei loro becchi!
In realtà, non è cibo di cui possano nutrirsi gli impuri! essi crederebbero di
mangiare fuoco e si brucerebbero i musi!
Noi non teniamo pronti quassù domicili per gli impuri! La nostra gioia
sembrerebbe una caverna gelata alloro corpi e ai loro spiriti!
Come forte vento vogliamo vivere sopra di loro, vicini delle aquile, vicini
della neve, vicini del sole: così vivono i forti venti.
E come un vento io voglio un giorno soffiare su di loro e con il mio spirito
spegnere il respiro del loro spirito: così vuole il mio avvenire.
In realtà, Zarathustra è un forte vento per tutte le bassure; e dà questo
consiglio ai suoi amici e a tutto ciò che sputa e vomita: 'guardatevi dallo
sputare contro il vento!" [È uno dei passi che meglio esprimono il senso
ditirambico del predicatore dionisiaco]
Così parlò Zarathustra.